A Portovesme ha attraccato ieri una nave con 7500 tonnellate di allumina, materia prima indispensabile per evitare lo stop della produzione nello stabilimento Alcoa. Aspettando il decisivo vertice di giovedì a Roma, altri quindici giorni di speranza per i lavoratori
Quindici giorni di ossigeno: 7500 tonnellate di allumina, altri 15 giorni di marcia garantiti per gli impianti dell'Alcoa. Sono circa le 10 quando la nave con il carico di materia prima, partita cinque giorni fa da San Ciprian nel nord della Spagna, attracca a Portovesme. E mai arrivo è stato più gradito dagli operai e dai sindacalisti, in attesa del vertice decisivo di giovedì a Palazzo Chigi, tra la multinazionale e il Governo.
In fabbrica l'allumina, indispensabile per alimentare le celle elettrolitiche che sono il cuore della produzione, ormai scarseggiava. E l'incubo di una fermata per mancanza di materia prima si faceva sempre più minaccioso. Invece ieri mattina la nave è attraccata regolarmente, quindi sono cominciate le operazioni di scarico del materiale che, attraverso i nastri trasportatori, dal porto industriale è giunto direttamente alla fabbrica di alluminio.
MANCA IL COKE «Questo carico dovrebbe garantire la produzione per le prossime due settimane», dichiara Rino Barca, segretario della Fsm Cisl del Sulcis, «anche se ora c'è un problema con il coke metallurgico, il carbone che si usa per produrre gli anodi necessari nel processo elettrolitico. Le scorte di materiale sono quasi terminate, comunque c'è una scorta di anodi da utilizzare». Il coke è contenuto nei quattro silos verdi all'ingresso della fabbrica: due sono completamente vuoti, gli altri due contengono percentuali irrisorie di carbone. Se non arriverà al più presto un rifornimento di coke, la produzione di anodi potrebbe bloccarsi. In fabbrica comunque c'è una scorta di anodi che dovrebbe coprire più di 20 giorni di produzione di alluminio. A tirare le somme, con il carico di allumina arrivato ieri, almeno fino al 20 febbraio non ci dovrebbero essere problemi con le materie prime e la fabbrica dovrebbe essere in grado di proseguire regolarmente la produzione.
VERSO IL VERTICE Scongiurato almeno temporaneamente l'incubo allumina, è il vertice decisivo di giovedì a riprendersi la scena della vertenza Alcoa. «Se il Governo riuscirà in questi giorni a far chiudere un accordo bilaterale fra ad Enel e Alcoa gli impianti non si fermeranno», secondo Franco Bardi, segretario della Fiom Cgil del Sulcis, «altrimenti l'azienda non si sposterà di un millimetro dalla sua posizione. L'accordo bilaterale, così come diciamo da mesi, è essenziale e il Governo deve giocare un ruolo determinante per convincere le parti a concluderlo». Tra dicembre e gennaio scorsi, dell'accordo bilaterale per la fornitura di energia elettrica si è parlato nei frequenti incontri tra l'Enel e l'Alcoa, ovviamente caldeggiati dal ministero dello Sviluppo Economico. Sembrava la strada maestra per evitare i rigidi rilievi di Bruxelles sugli aiuti di Stato, un accordo tra due privati al riparo da infrazioni e multe comunitarie. Ma poi, improvvisamente, si è smesso di parlare di accordo bilaterale. E ora tutto il Sulcis attende il verdetto di Alcoa. «La multa da 300 milioni potrebbe essere anche più salata se si tenesse conto del contributo sull'energia interrompibile», dice Stefano Lai, delegato Cub nella Rsu di fabbrica, «e poi c'è la questione ambientale. In fabbrica sono arrivati gli ispettori dell'Arpas e noi delegati siamo pronti a indicare altre criticità: se l'Alcoa confermerà la volontà di andarsene, non sarà proprio il caso di fare sconti, di nessun genere». Domani si dovrebbe riunire a Bruxelles il comitato tecnico per discutere di tariffe energetiche, quindi giovedì a Roma il vertice decisivo con il Governo al quale l'Alcoa si presenterà con pezzi da novanta del management aziendale. Un buon segnale?
ANTONELLA PANI