Il governo ha riconvocato il tavolo per l'8 febbraio, mentre i vertici
italiani della multinazionale sono volati negli Usa per valutare
le ultime proposte. All'azienda non sono bastate le assicurazioni sui tempi per ottenere il via libera da Bruxelles al decreto legge che abbatte i costi energetici. Dure le reazioni del Governo che minaccia provvedimenti contro l'azienda
Dura presa di posizione del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, sulla vertenza Alcoa ieri sera, in occasione del tavolo di Palazzo Chigi. L'irritazione del governo è stata evidente, secondo quanto si apprende, e in particolare a perdere le staffe è stato appunto il ministro del Lavoro. Riunito al tavolo con i colleghi del governo e con l'azienda, al nuovo 'niet' di Alcoa sulla richiesta di mantenimento degli impianti italiani, il ministro del Lavoro si è infatti alzato dal tavolo e ha avvertito l'azienda: "Non fate atti unilaterali, perché - ha detto - se fate come c... vi pare, anche noi facciamo come c... ci pare". Il ministro, raccontano persone presenti alla riunione, infine è sbottato: "Se fate così, ve la faremo pagare". Uscendo dalla stanza dove governo e azienda si erano incontrati per l'ultimo tentativo di mediazione, l'amministratore delegato di Alcoa è stato apostrofato duramente dai delegati sindacali che nella sala verde attendevano l'esito dell'incontro: a quel punto, si apprende, il sottosegretario Gianni Letta ha evitato di intervenire, come sua abitudine, per calmare gli animi, lasciando così sfogare sulla rappresentanza dell'azienda tutta la rabbia dei lavoratori.
PALAZZO CHIGI, NUOVO INVITO. Alla vigilia della riunione americana dei vertici Alcoa sul futuro degli impianti italiani, "il governo rinnova l'invito all'azienda a tenere un atteggiamento responsabile, in attesa dell'esame della Commissione europea previsto entro la fine del mese". E' quanto si legge in un comunicato di Palazzo Chigi che ribadisce inoltre "la richiesta all'azienda affinchè nessuna azione unilaterale venga assunta prima dell'incontro riconvocato per lunedì 8 febbraio". "Come è stato più volte ricordato ieri sera a Palazzo Chigi dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta - si legge ancora nella nota diffusa da Palazzo Chigi - le eventuali osservazioni della Commissione Ue al provvedimento già notificato a Bruxelles potranno trovare spazio nel decreto legge all'esame del Parlamento. Le iniziative assunte anche recentemente e personalmente dal Presidente del Consiglio e dal governo nel suo complesso - viene quindi ricordato - sono sempre state indirizzate alla salvaguardia della produzione e alla difesa dei posti di lavoro". Per tali ragioni, oltre alla richiesta di un atteggiamento responsabile rivolta all'azienda, il Governo ribadisce quella di evitare azioni unilaterali prima dell'incontro riconvocato per lunedì prossimo.
LA NOTTE IN PIAZZA COLONNA. La fumata è nerissima, l'Alcoa non accetta le garanzie proposte dal Governo sul decreto energia e il baratro fermata-cassa integrazione è ormai dietro l'angolo. Resta la spiraglio di un nuovo vertice già fissato per lunedì prossimo. In ogni caso, Palazzo Chigi è pronto ad alzare un muro e minaccia l'azienda americana con l'immediata richiesta di pagamento dell'infrazione da 280 milioni inflitta dall'Unione europea. Di più: il Governo chiederebbe subito i costi della bonifica di Portovesme e Fusina.
LE DUE DI NOTTE Nel cuore della notte (sono quasi le due) arriva l'epilogo peggiore per il vertice romano sul futuro dell'alluminio in Italia. Un no che matura dopo quattro ore di confronto interno dell'Alcoa: i dirigenti italiani non sono riusciti a convincere il quartier generale di Pittsburgh. Sul tavolo c'era la proposta del Governo di uno slittamento (al 22 marzo) della fermata degli impianti e della cassa integrazione dei dipendenti (circa un migliaio) sardi e veneti. Dall'esecutivo arrivava anche la garanzia di un rapido pronunciamento dell'Unione europea sul decreto-energia varato in Italia. Prospettiva rafforzata dalla telefonata tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso.
LO SPIRAGLIO Resta una speranza. L'amministratore delegato di Alcoa Italia Giuseppe Toia è pronto a volare negli Stati Uniti per convincere il management di Pittsburgh a correggere le strategie aziendali. Sarà di ritorno entro venerdì per chiarire se scatterà subito o meno la fermata degli impianti, prevista proprio per il 5. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha chiesto formalmente all'Alcoa di non chiudere le fabbriche prima del nuovo vertice di lunedì. Per Ugo Cappellacci «il comportamento dell'azienda è sconcertante e intellorabile».
IL VERTICE La riunione di Palazzo Chigi comincia alle 21 esatte. A guidare i lavori c'è Gianni Letta. Il Governo è in forze. Accanto a lui, il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, il suo sottosegretario Pasquale Viespoli, il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia. Dopo un'ora arriva anche il ministro Claudio Scajola. Dall'altra parte del tavolo c'è lo staff di Alcoa (guidato da Toia). Poi la Regione, col governatore e l'assessore alla Programmazione Giorgio La Spisa. I sindacati sono presenti con tutti i livelli di rappresentanza (dalle segreterie nazionali alle delegazioni di fabbrica). Alla riunione partecipano anche i ventitré sindaci del Sulcis.
SIT-IN DEGLI OPERAI Fuori gli operai aspettano da più di dieci ore, sono almeno seicento davanti a piazza Montecitorio (piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi, è inaccessibile). Il clima si fa ogni ora più rovente, nonostante la tramontana gelida. Ci sono le tende per trascorre la notte, vengono accesi anche alcuni falò. Tra le forze dell'ordine è stato d'allerta. Lo schieramento è massiccio. Scudo, casco e manganello, polizia e carabinieri sono in assetto da combattimento. Una trentina di furgoni blindati circonda tutta la zona dei palazzi del potere romano.
PARTITA A SCACCHI All'apertura della riunione Letta punta dritto al sodo, chiedendo ad Alcoa «di non sospendere la produzione fino all'avvio della discussione del decreto italiano a Bruxelles, già fissata per il 10 febbraio». A ruota il chiarimento: «Abbiamo la ragionevole fiducia che il decreto sia approvato». L'ad di Alcoa Italia sottolinea che c'è «un'evoluzione positiva» ma batte ancora sul tasto della necessità di «garanzie» dalla Commissione europea.
LE GARANZIE Letta spiega che le garanzie sull'impegno dell'Ue sono sostenute da una telefonata, avvenuta in mattinata, tra Berlusconi e Barroso. Il sottosegretario cerca di tenere in mano il pallino della trattativa e fissa una data certa: «Il decreto sull'energia verrà convertito entro il 22 marzo». Quindi - è l'esortazione di Letta - l'Alcoa può andare avanti con la produzione sino a quel giorno. «In caso di rilievi da parte di Bruxelles», il Parlamento italiano avrà il tempo per apportare eventuali modifiche, «anche perché c'è l'accordo di tutte le forze parlamentari».
SOSTA NOTTURNA Alle nove e ventotto, neanche mezz'ora dopo l'inizio della riunione, Alcoa chiede un break. Passaggio obbligato, serve il consulto con i vertici di Pittsburgh e la parola dell'amministratore delegato della multinazionale Klaus Kleinfeld. La sosta dura quattro ore. Comincia la trattativa tra il braccio italiano e il quartier generale dell'Alcoa. Alle due arrivano solo cattive notizie.
DAL NOSTRO INVIATO
GIULIO ZASSO