La compatibilità del Dna raffrontato con il primo prelievo fatto a Bianchini e con quello dei reperti di liquido seminale ricavati dalle vittime degli stupri, sarebbe la massima statisticamente possibile e, secondo gli investigatori, non lascia adito a dubbi sulle responsabilità attribuite al ragioniere romano di 33 anni.
Incastrato da quella che sperava fosse la prova che lo scagionasse, che facesse "giustizia" di un presunto quanto improbabile errore giudiziario o peggio di un'altrettanto inverosimile imperizia tecnica degli investigatori e che invece ha "blindato" le accuse che lo indicano come lo stupratore seriale, responsabile di almeno tre violenze che si sono consumate a Roma tra aprile a luglio. Si è rivelato un boomerang per Luca Bianchini il secondo test del Dna: l'esito dell'esame genetico ha confermato che il profilo del Dna estratto nei giorni scorsi a Bianchini, in seguito ad un prelievo bis voluto anche dai pm della Procura di Roma Maria Cordova e Antonella Nespola, per non lasciare coni di ombra sulla vicenda, comparato con il primo prelievo e con quelle dei reperti recuperati dalle vittime ha evidenziato una corrispondenza e una analogia definite "massime". La compatibilità del Dna raffrontato con il primo prelievo fatto a Bianchini e con quello dei reperti di liquido seminale ricavati dalle vittime degli stupri, sarebbe la massima statisticamente possibile e, secondo gli investigatori, non lascia adito a dubbi sulle responsabilità attribuite al ragioniere romano di 33 anni arrestato il 10 luglio scorso dalla squadra mobile. Ora la difesa del giovane dovrà cambiare strategia: si profila una richiesta di perizia psichiatrica, oltre a possibili richieste di riti alternativi, come l'abbreviato, che consentirebbero uno sconto di pena a fronte di una ammissione di responsabilità. Ma la strada della consulenza psichiatrica, per ora appare impervia. Fu proprio una consulenza che consentì a Bianchini di evitare la condanna nel 1997: anche in quel caso era accusato di violenza sessuale, ma grazie ad una perizia fu dichiarato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. L'accertamento tecnico-biologico sul Dna, è stato effettuato con le massime garanzie previste dal codice per l'accusato, secondo l'articolo 360 del codice di procedura penale, la perizia è stata fatta alla presenza del consulente nominato dai difensori di Bianchini, gli avvocati Bruno Andreozzi e Giorgio Olmi, ossia la dottoressa Marina Baldi, biologa genetista direttrice del consultorio di genetica del laboratorio "Genoma" di Roma. Oltre alla sovrapponibilità del Dna estratto ad accusare Luca Banchini, vi sono anche alcune impronte digitali trovate su una striscia di scotch servita a imbavagliare la sua ultima vittima secondo un consueto modus operandi dello stupratore seriale che immobilizzava le sue vittime usando le fascette di nylon. L'impronta digitale sullo scotch si riferisce allo stupro consumato ai danni di una studentessa nella zona di Tor Carbone a Roma nella notte tra il due e il tre luglio scorsi. Prima di violentare la ragazza Bianchini, secondo le accuse, aveva aggredito una poliziotta che era riuscita a liberarsi dell'uomo e dare l'allarme. L'autorizzazione per un esame medico-legale è stata respinta dalla procura: sarà il gip ora a decidere su tale istanza. Bianchini stesso aveva chiesto di sottoporsi al nuovo tampone per il prelievo del Dna lamentando presunte irregolarità nel primo esame. Il ragioniere non più tardi di tre giorni fa aveva ribadito la sua estraneità alle accuse contestategli. "Sono innocente - aveva detto - e i nuovi esami del dna lo confermeranno: sarei un pazzo a chiedere un nuovo prelievo se avessi la consapevolezza di essere colpevole". "Il risultato dell'accertamento non era una cosa imprevista - ha detto l'avvocato Andreozzi - alla luce del primo test del Dna e malgrado Luca Bianchini fosse completamente d'accordo a sottoporsi all'esame".