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La Grazia
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Il maestro delle sceneggiature

De Benedetti: Il maestro delle sceneggiature
di David Bruni

In una galleria virtuale riservata alle personalità che hanno maggiormente contribuito a delineare le dinamiche prevalenti del cinema italiano dagli ultimi anni del muto sino a tutti i ‘50, un posto obbligato spetta, di diritto, ad Aldo De Benedetti (1892-1970).

Lo sceneggiatore e commediografo romano sembra, infatti, incarnare alla perfezione certe caratteristiche ricorrenti nella produzione del periodo in questione, di cui appare una delle figure più rappresentative.

In primo luogo, per l’impressionante quantità di partecipazioni alla genesi di pellicole (oltre centocinquanta?), che contemplano tutte le possibili modalità di collaborazione: dalla semplice revisione di un copione, all’adattamento di un testo teatrale o letterario, proprio o altrui, fino all’ideazione di un film basato su un soggetto originale e autonomo.

In secondo luogo, per l’elevato apporto artigianale da lui assicurato anche ai progetti più modesti, guidato comunque dalla volontà di aderire a un ideale di “cinema medio di qualità”, un ideale dapprima espresso verso la fine degli anni Venti con una (forse) involontaria dichiarazione di poetica recensendo film per il periodico “Lo Spettacolo d’Italia”, e poi perseguito nella sua concreta prassi di soggettista, sceneggiatore e dialoghista. Perfettamente consapevole della natura composita del fenomeno cinematografico, fondato sulla fusione di creatività e ingegno individuali con un’evidente dimensione finanziaria, De Benedetti pare voler rinunciare, in partenza, ad aspirazioni autoriali, preoccupandosi piuttosto di un aspetto che gli sta assai a cuore: la solidità dell’impianto narrativo.

Abilissimo tessitore di trame per film di genere, sostenuto da un’immaginazione fervida nel passare in rassegna tutte le possibili complicazioni e gli sviluppi imprevisti derivanti da un evento iniziale, De Benedetti appare insuperabile nell’architettare meccanismi di altissima precisione, che magari non brillano per l’originalità delle singole trovate, ma che, tuttavia, se esaminati nel loro complesso, rivelano nel loro artefice una scienza della costruzione drammaturgica rara per il cinema italiano e un “orecchio” felicissimo nel concepire sequenze dialogiche governate da un ritmo frizzante. Negli anni Venti, la sua attività si svolge secondo un progetto assai articolato. Tra i numerosi intellettuali dotati di specifiche competenze e operanti nell’ultima fase del cinema italiano muto (soprattutto dal 1926 al 1930), De Benedetti appare impegnato in molteplici vesti: non solo come soggettista e sceneggiatore, ma anche come regista, critico militante per il già citato “Lo Spettacolo d’Italia” (ottobre 1927-gennaio 1928) e fiancheggiatore convinto della linea di politica culturale che, tracciata con notevole energia da Alessandro Blasetti, era volta a creare le condizioni per la rinascita della cinematografia italiana, allora in condizioni disastrose.

In quel periodo, De Benedetti si cimenta anche come regista nel filone del film storico con Marco Visconti (1923) e con Anita o Il romanzo dell’eroe dei due mondi (1926), prima di realizzare La Grazia (1929), una delle ultime pellicole mute prodotte in Italia.

Poi, negli anni del cinema sonoro sotto il fascismo (1930-1943), è lo sceneggiatore più richiesto soprattutto per la sua abilità nell’ideare commedie brillanti. La sua filmografia contempla, a partire dal 1932, una breve fase in cui egli è, come era già accaduto un decennio prima, autore di soggetti e sceneggiature originali, per poi, fin dal 1935, impegnarsi nella traduzione di commedie da un linguaggio espressivo all’altro, lavorando a un ritmo frenetico soprattutto a partire dalla fine del decennio, quando le leggi emanate dal regime contro i cittadini italiani di razza ebrea lo costringeranno a moltiplicare il suo sforzo creativo, proteggendosi con l’anonimato.

Autore principe di un numero impressionante di sceneggiature quale base insostituibile per altrettanti “telefoni bianchi”, film musicali, “commedie all’ungherese”, collabora con Mario Camerini per Gli uomini, che mascalzoni…(1932), fornisce un apporto essenziale in tandem con registi come Mario Mattoli (Ore 9: lezione di chimica, 1941), Carlo Ludovico Bragaglia (Fuga a due voci, 1943) e l’esordiente Vittorio De Sica (Rose scarlatte, 1940; Maddalena… zero in condotta, 1940, Teresa Venerdì 1941), ed è il principale responsabile del copione di Quattro passi fra le nuvole (Alessandro Blasetti, 1942-43), una delle pellicole preneorealistiche uscite in quella drammatica stagione.

Infine, nel dopoguerra, è ancora all’opera come sceneggiatore instancabile al servizio di progetti quanto mai differenziati, e di registi quali Mario Soldati (Le miserie del signor Travet, 1945), Luigi Zampa (Un americano in vacanza, 1945), Renato Castellani (Mio figlio professore, 1946), Pietro Germi (La presidentessa, 1952) e Giorgio Bianchi (Lo scocciatore, o Via Padova 46, 1953).

Ma è, soprattutto, collaboratore fisso di Raffaello Matarazzo per i celebri e popolari “melodrammi neorealisti”, campioni d’incasso e autentici fenomeno di costume, a partire da Catene (1950) in poi: un modello insuperabile di cinema di “genere”, solidamente costruito, privo di particolari ambizioni autoriali, e abile nel catturare il consenso di milioni di spettatori. Quindi, dalla fine degli anni Cinquanta alla morte, De Benedetti viene quasi emarginato dal sistema produttivo, forse perché troppo legato a un modello di drammaturgia non più in linea con le dinamiche della società italiana, che allora viene travolta da un’autentica mutazione epocale.

Per oltre un trentennio, in un panorama fondato sul solido apporto artigianale assicurato dalle distinte figure professionali in esso impegnate, De Benedetti appare una personalità chiave: uno degli sceneggiatori più prolifici, se non il più prolifico in assoluto; versatile ed eclettico, in grado di adattarsi alle esigenze imposte dalle singole circostanze, riuscendo a rispondere alle condizioni, spesso proibitive, e ai tempi, affrettati, imposti dalla nostra industria dello spettacolo. De Benedetti deve probabilmente gran parte del proprio successo alla capacità di rispondere alle attese del pubblico, identificandosi con le richieste implicite di un ipotetico spettatore “medio”, di cui riesce di solito a catturare l’attenzione, suscitandone l’interesse.

La sua capacità, quasi rabdomantica, nel tener conto del destinatario è diabolica, ed è proprio questa una delle doti maggiormente richieste dal sistema produttivo, che mira a intercettare il gusto del pubblico stabilendo con esso un’immediata comunicazione di stampo emotivo.

Nel corso della sua attività, De Benedetti sa modulare di sceneggiatura in sceneggiatura un’abile variazione di tonalità espressive, riproponendo, al contempo, personaggi, snodi narrativi ed eventi simili fra loro, ed è sapiente nel dosare ingredienti e codici di genere diversificati, spesso ricalcati sul modello offerto da produzioni straniere, fino ad esplorare un’ampia gamma di possibili opzioni, movimentando con variazioni originali una struttura nota, fino a spingere lo spettatore ad accettare situazioni di per sé illogiche o altamente inverosimili.

Il suo indiscutibile talento artigianale convive con uno spiccato atteggiamento imprenditoriale: Aldo De Benedetti, efficacemente calato nelle logiche dettate dal mercato dell’intrattenimento è, almeno fino alla metà degli anni Cinquanta, un autentico “maestro delle sceneggiature”.

 
 
 
 
in collaborazione con Immobiliare.it
 
 
 
 
 
 
 
 
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